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Chiara Agolanti come Maria Maddalena visse una vita da libertina poi da convertita e da penitente.
Nata nel 1280 duna famiglia fiorentina fu educata dal padre Onosdeo quasi come un maschio: insofferente alle sottomissioni, ma molto decisa nelle decisioni, di conseguenza passò la sua adolescenza cavalcando e giostrando, evitando la linea religiosa che la mamma Gaudiana, le voleva inculcare.



Alla morte della madre il padre si risposò e Chiara, che aveva 7 anni, divenne ancor più indipendente, fu data in sposa al figlio della matrigna.
Chiara apparteneva all’alta società Riminese, era dotata, come è scritto in manoscritti conservati, di “execessiva bellezza del corpo”, ma amava il denaro come il sesso e per questo viveva nella vanità del lusso, si abbandonava a ogni tipo di desiderioe di ghiottoneria della tavola.
Morta la madre, il padre si risposò e lei divenne ancora più indipendente. Giovanissima sposò il figlio della matrigna ma rimase vedova dopo tre anni ereditando immense ricchezze. Per otto anni continuò a darsi alle feste, alle giostre cavalleresche, a conviti, con una vita frivola e mondana, dando adito in città a scandali e pessime dicerie.

Il padre e il fratello morirono lo stesso giorno mentre erano in guerra contro i Malatesta, per rivalità di dominio del territorio riminese, così che tutte le ricchezze della famiglia Agolanti si accentrarono nelle mani della giovane vedova.



I sensi la gettano verso un secondo «carnal marito». Il solco è in qualche modo simile a quello di Margherita da Cortona che vive nove anni in concubinaggio con un ricco debosciato, o di Angela da Foligno che conduce una vita ebbra e dissoluta. Donne sposate e comunque non vergini che non vivevano certamente votate alla santità.
In seguito un nobile, anche lui conduceva una vita dissipata, la chiese in sposa e lei acconsentì a patto che potesse continuare lo stesso modo di vivere.
Un giorno per curiosità, a 34 anni entrò nella chiesa dei Padri Conventuali di San Francesco di Rimini e si sentì un voce che la chiamava.
Chiara più volte ritornò alla Chiesa e ogni volta sentiva la voce, poi qualcosa dentro di sé la turbò e agitò, tornata a casa si rinchiuse nella sua stanza, gettatasi a terra ebbe un pianto dirotto di pentimento e decise allora di mutare vita.
Il giorno dopo si recò nella stessa chiesa ove si confessò in generale, da quel momento ricominciò un’esistenza di pietà, di opere buone, di penitenza, convertendo anche lo sposo, che due anni dopo morì in modo cristiano. A quel punto Chiara non pose più limiti alle sue penitenze che divennero terribili, animata da un fuoco d’espiazione che la divorava.



Punì se stessa e il suo corpo, tanto da mangiare un rospo, animale che nel Medioevo era conosciuto come bestia schifosa e simboleggiava l’orrore per il cibo e l’orrore per il sesso.
Girava per le piazze e le strade di Rimini facendosi flagellare da due inservienti, mentre ammetteva le sue colpe Si insediò in una stanza completamente isolata da tutti, alla quale da lungo tempo anelava, era una celletta nelle mura della città antica; aveva scelto questa zona di confine come una linea che separa la vita terrena da quella celeste, Indossò il cilicio fatto di pelle di maiale rivoltata dal lato delle setole, in modo che i colpi sulla carne peccatrice fossero più cruenti. Con le sue immense ricchezze, prese ad aiutare tutti i miseri anche quelli che moralmente avevano più bisogno, dotò di dote ed assistenza tutte le ragazze povere da sposare.

Alcune donne di grande fervore si riunirono intorno a lei disposte a fare una vita di clausura e di penitenza, Chiara fondò così un piccolo convento detto di S. Maria degli Angeli, poi successivamente detto di s. Chiara; ottenne la benedizione del vescovo di Rimini Guido Abasio, recandosi poi alla Chiesa Cattedrale per prendere i voti religiosi, secondo la Regola di s. Chiara.

Come un apostolo, predicò, svergognò i peccati, e convertì. Chiese l' elemosina da uscio in uscio e il ricavato lo donò ai poveri. Visse una decina d’anni come superiora, intensificando i sacrifici e la contemplazione della Passione di Cristo. Il Signore le concesse il dono di grazie mistiche elevatissime, con estasi così profonde che nessuna forza umana riuscì a farle sospendere e solo se le si portava davanti il ss. Sacramento si riprendeva.
Morì a 46 anni il 10 febbraio 1236, consumata dalle penitenze e dalla contemplazione; il suo corpo riposa nella chiesa del monastero.
Per antica tradizione gode del culto di Beata. Ricorrenza liturgica il 10 febbraio.